Recensioni, Serie TV

Squid Game: perché la serie TV coreana del momento funziona

Una serie TV dalle tinte pastello dove si respira ansia ad ogni minuto: questa è Squid Game, la nuova serie TV di Netflix che è diventata virale e che, al momento, funziona più di ogni altra.

Dal 17 settembre è online su Netflix Squid Game, serie TV made in Korea scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk che è ormai diventata iper-virale.

Lo ammetto, ero troppo presa dalla visione di Midight Mass prima e di Luna Park dopo per farmi attrarre dai colori pastello del poster su Netflix. Persone in tuta verde, colori sbiaditi e una bambola meccanica sullo sfondo. Anzi, ad essere sincera, a primo impatto avevo letto “Suicide Game” ma con il senno di poi anche quel titolo non sarebbe stato inappropriato.

Vi metto in guardia: seguiranno degli spoiler, quindi decidete voi se proseguire con la lettura.

Di cosa parla Squid Game e perché sta piacendo così tanto?

La trama è piuttosto semplice: un gruppo di persone con problemi economici più o meno accentuati decide di partecipare ad una serie di giochi con in palio un cospicuo premio in denaro. La pena, per coloro che non riescono a passare i giochi, è l’eliminazione. Ma nel vero senso della parola.

Ma perché sta piacendo così tanto? In un’atmosfera dai toni pastello che si contrappone al rosso vivo del sangue di tutte le vittime, che già di per sé riesce ad attrarre, quello che rende questa serie così interessante è l’ambientazione. Quell’ambiente ludico e bambinesco contaminato da ansia, angoscia e morte, che diventa ancor più ansiogeno.

Il fatto di trasformare semplici giochi per bambini in trappole mortali, a mio avviso, è geniale. No, non ho detto che sia originale. Probabilmente non lo è, ma non mi interessa. Funziona e riesce bene. E ho detto più volte che l’intrattenimento è la caratteristica principale di una serie TV. Dopo di che, però, deve esserci anche un po’ di sostanza. E in questo caso la sostanza c’è. Anzi, ci sono dialoghi anche un po’ troppo lunghi e forse poco utili, ma la sostanza c’è eccome.

Ogni personaggio ha una storia e ho apprezzato il fatto che non venissero eccessivamente approfondite. Già avevo paura di episodi dedicati ad ogni personaggio, e invece – per fortuna – non è stato così. Il piano di narrazione è uno, lineare e senza troppi intrighi. La cosa mi è piaciuta molto.

Ho apprezzato molto anche le gerarchie scandite da uniformi, maschere e colori e la dicotomia tra anonimato di chi guarda (VIP, guardie e Front Man) e l’individualità delle persone che invece lottano per la loro vita, che restano loro stesse fino all’ultimo minuto, con pregi e difetti. Un’idea, quella dei giochi mortali, sicuramente non nuova e che mi ha ricordato molto Hunger Games. Non cerco certo di paragonare le due storie, ma l’idea di un gioco mortale con degli spettatori che scommettono sui vincitori mi è sempre piaciuta. Mi mette ansia ma allo stesso tempo molta curiosità.

Cosa mi è piaciuto di Squid Game

Nonostante un cast piuttosto corale, il protagonista della storia è Seong Gi-hun, un uomo inetto che vive sulle spalle della mamma anziana a cui ruba la pensione. Gi-hun scommette ai cavalli, ha tanti debiti, non si assume responsabilità e si comporta in modo menefreghista. La crescita più importante, all’interno della serie, è proprio la sua. Passa da essere un inetto opportunista ad avere fiducia nell’umanità e ad essere altruista.

Ma, oltre a lui, abbiamo modo di affezionarci a molti altri personaggi, come Ali, Kang Sae-byeok e Oh Il-nam, ovvero il numero 001, che nell’ultimo episodio ci regala un colpo di scena inaspettato e molto molto apprezzato.

La narrazione di Squid Game è abbastanza veloce, a parte nei primi due episodi, e i giochi sono agghiaccianti se solo ci fermiamo un attimo a pensare. Ma tutto questo funziona a tal punto che ci dimentichiamo che stiamo guardando una serie in coreano e non vediamo l’ora di andare avanti. Nonostante sappiamo, perfettamente, che andremo incontro ad un’altissima dose di ansia.

Soldi che (non) fanno la felicità

Ma il perno attorno a cui ruota tutto è uno solo: il denaro. Quel denaro che non è mai abbastanza, che sembra un miraggio che potrebbe rendere la vita migliore. Quel denaro per cui si è disposti a fare tutto ma che, giunti alla fine, perde tutto il suo potere.

La vita ha davvero un prezzo? E quella somma di denaro così alta vale tutte quelle vite spezzate e finite in un inceneritore? Se Gi-hun aveva iniziato a giocare per desiderio, aveva poi continuato per necessità. Ma a quale costo? L’enorme compenso vinto si trasforma in un attimo da ricompensa a maledizione, come un macigno sullo stomaco e sulla coscienza di cui Gi-hun continua a sentire il peso e di cui inizia ad avere paura. A tal punto, infatti, che una volta depositato in banca finge di non averlo.

Ci vuole un po’, dopo aver parlato di nuovo con il suo Gganbu, prima che Gi-hun capisca che quel denaro possa essere utilizzato a fin di bene, alleviando qualche sofferenza anziché crearla. Questo è il coronamento del cambiamento di un protagonista a cui ci si affeziona dal primo sorriso alla telecamera ma che si impara a conoscere nel corso degli episodi.

Le questioni irrisolte

Dopo il finale di stagione, siamo ormai sicuri che ci sarà una seconda stagione. Molte cose sembrano volutamente lasciate irrisolte proprio per essere spiegate meglio nella prossima stagione. E, potenzialmente, Squid Game è una serie che potrebbe andare avanti all’infinito senza troppi problemi.

Scopriamo infatti la presenza di un archivio con partecipanti e vincitori degli anni precedenti e poi uno dei VIP parla di una “edizione coreana”, lasciando intendere che ne esistano diverse. Programmare altre stagioni, una volta costruita una trama orizzontale, sarebbe piuttosto semplice e potrebbe risultare in prodotti altrettanto buoni.

Venendo alle questioni irrisolte, fortunatamente non sono molte. La prima domanda che ci facciamo tutti è: Hwang Jun-ho, il poliziotto caduto dalla scogliera, è ancora vivo? E, contestualmente, qual è la storia del Front Man? Sappiamo infatti che si tratta del fratello di Jun-ho, scomparso da anni e che aveva vinto una passata edizione del gioco. Ma perché ora è tra gli organizzatori? E qual è la storia dei giochi? E le guardie chi sono? Anche loro vengono reclutate dall’uomo che gira sulle metropolitane? Sul finale Oh Il-nam ci dà qualche indizio sulla nascita dei giochi, ma vogliamo – e dobbiamo – saperne di più!

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