Recensioni, Serie TV

Alice in Borderland: giochi spietati in un mondo senza meraviglie

Ormai sembra non si parli d’altro: il mondo dei giochi mortali e spietati è così in voga nell’Estremo Oriente che serie come Alice in Borderland e Squid Game sono schizzate in cima alle classifiche con una velocità impressionante. Ma davvero questi prodotti sono così simili tra di loro?

Anche su questa, devo ammetterlo, sono arrivata con netto ritardo. Il problema, come al solito, sta nel fatto che spesso le locandine di Netflix non mi trasmettono quello che dovrebbero e quindi alla fine non gli do neanche una possibilità. Anche con Squid Game è stato così, tant’è che ho iniziato a guardarlo dopo un po’. Che devo dire, sono pigra anche per guardare i trailer. Ma poi (quasi sempre) recupero.

Nello specifico, Alice in Borderland l’avevo notata lo scorso inverno, appena uscita, ma non so perché dalla locandina pensavo ad una storia di adolescenti e droga. In pratica con quello che immagino di ogni serie prima di vederla potrei scrivere nuove sceneggiature. Sta di fatto che l’ho volontariamente bypassata anche quando ne sentivo parlare o leggevo post sui vari gruppi. Mai capito, quindi, fino ad un mesetto fa di cosa parlasse.

Poi è arrivato Squid Game e tutti si sono riscoperti pazzi per questo filone di giochi in cui si muore per la gioia di chi li organizza, al che è partita la polemica: Squid Game ha copiato Alice in Borderland!

Ovviamente, avendo apprezzato notevolmente la serie coreana, non potevo lasciarmi sfuggire quella giapponese (e sì, se ve lo state chiedendo, l’ho guardata in giapponese perché amo le lingue orientali).

Di cosa parla Alice in Borderland?

La trama di Alice in Borderland è piuttosto semplice: tre amici, Arisu (dal cui nome deriva l’assonanza con l’inglese Alice) Chota e Karube entrano in un bagno per nascondersi dalla polizia e quando riescono si ritrovano in una Tokyo completamente deserta. La cosa fa ancora più effetto perché, trovandosi a Shibuya, trovano il famoso incrocio completamente vuoto.

Vagando per la città per capire cosa stia succedendo, si imbattono nel primo gioco e da qui capiamo più o meno come funziona. Bisogna partecipare ai giochi o game, che sono vari e si svolgono in arene disseminate per la città. Una volta entrati in un’arena, non si può uscire e si deve giocare per forza, pena la morte. I game possono avere uno o più vincitori, a discrezione delle regole di volta in volta diverse e il loro grado di difficoltà è dato dalle carte da poker. Il seme della carta, invece, indica la tipologia di game: i picche indicano un game di forza fisica, i fiori un game di squadra, i quadri un game di ingegno e i cuori un game di tradimenti.

I vincitori di ogni game ottengono dei visti della durata variabile che gli consentono di vivere qualche giorno senza dover partecipare ad altri game, per potersi riprendere. Ma se i giocatori lasciano scadere il visto senza giocare di nuovo, vengono uccisi da un misterioso laser che gli trafigge la testa. Tutto, quindi, lascia intuire che ci sia qualcuno dietro l’organizzazione dei game.

Alice in Borderland e Squid Game si assomigliano?

Ecco, questo è il punto cruciale della questione. A parte essere basate su giochi mortali, le due serie non c’entrano niente l’una con l’altra. Nulla. Anzi, a fronte di una similitudine, le differenze sono quasi innumerevoli. Prima fra tutte: i protagonisti di Squid Game scelgono di partecipare al gioco per un premio in denaro, mentre in Alice in Borderland ancora non si conosce il motivo per cui le persone siano finite in questa che è, a tutti gli effetti, una sorta di realtà alternativa.

Anche la mitologia di base è completamente diversa. Squid Game basa gran parte del suo appeal su una scenografia dalle tonalità pastello e su ruoli ben decisi (le guardie con le loro gerarchie, i VIP, il Front Man, i partecipanti), mentre Alice in Borderland segue un tipo ti mitologia diversa.

Il parallelismo di Alice in Borderland con Alice in Wonderland non è semplicissimo da cogliere all’inizio, anche se poi man mano diventa palese e anche molto ben fatto, secondo me. Arisu si ritrova di punto in bianco catapultato in un mondo dove tutto è ai confini della realtà, ma di certo non pieno di Meraviglie. Una delle persone che incontra e di cui si fida di più è Usagi – che a quanto pare vuol dire coniglio – che rappresenterebbe appunto il Bianconiglio.

La famosa spiaggia, il luogo in cui Arisu pensava di trovare salvezza, è gestita da un uomo stravagante – e anche piuttosto pazzo – che si fa chiamare il Cappellaio. Il tutto, come se non bastasse, è condito da una valanga di carte da gioco che ricordano le guardie della Regina di Cuori.

Cosa mi è piaciuto di Alice in Borderland

Sinceramente, ho apprezzato molto le modalità secondo cui sono costruiti i game in Alice in Borderland, anche se l’ho trovata un po’ lenta. Il terzo episodio segna un punto piuttosto alto della storia, smorzando un pochino l’hype generale e lasciando a chiedersi “ok, ma quindi ora?”. Il quarto e il quinto, a mio parere, un po’ lenti e con poco appeal, per poi riprendersi però con gli ultimi tre episodi, che hanno un ritmo più incalzante e che terminano in un finale che fa decisamente sperare in una nuova stagione.

La seconda stagione è stata confermata e sembrerebbe che al momento sia in fase di lavorazione ma, ahimé, non si sa tra quanto uscirà.

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