Recensioni, Serie TV

La Casa di Carta 5, totale assenza di coerenza e nessuna traccia di capolavori

I primi 5 episodi della 5° parte de La Casa di Carta sono online. Li ho già divorati e mi ritrovo a fissare il soffitto e a chiedermi come si faccia a pensare che questa serie sia un capolavoro. Sebbene lo abbia già approfondito tempo fa, torno sull’argomento per sottolineare la totale assenza di coerenza all’interno di questo prodotto e il preoccupante vizio di continuare a definirla capolavoro quando, palesemente, non lo è.

Huston, abbiamo un problema. E neanche troppo piccolo.

Il 3 settembre Netflix ha rilasciato i primi 5 episodi della 5° parte de La Casa di Carta, per la gioia di… boh, di qualcuno. Ho appena finito di guardare l’ultimo episodio e sono in preda a sentimenti così contrastanti che ho bisogno di aiuto.

Il problema è sempre lo stesso ma cresce ogni anno di più: lo stramaledetto e odioso vizio di dover definire capolavoro una cosa solo perché ci ha intrattenuto.

Basta. BASTA. Intrattenere è lo scopo principale di ogni serie TV, se una serie non lo fa vuol dire che non funziona. Ma se lo fa non sta facendo niente di esilarante, solo il proprio lavoro, ciò per cui è stata prodotta.

Per intrattenere non c’è bisogno di essere necessariamente dei capolavori. Tante serie TV intrattengono senza essere capolavori. Io ho letteralmente perso il sonno per Pretty Little Liars o per Once Upon a Time, che a conti fatti dopo la terza stagione è un buco nero fatto di buchi di trama inconcepibili.

Ma allora perché continuiamo – anzi, continuate – a dire che La Casa di Carta è un capolavoro? No, non vi aspettate che alla fine di questo articolo io trovi delle motivazioni per questa definizione. Semmai, cercherò di provarvi il contrario.

Perché La Casa di Carta non è un capolavoro?

Avevo già parlato di questo fenomeno qualche anno fa, quando agli albori di questo fenomeno i commenti che la definivano capolavoro si sprecavano, insieme a quegli orrendi paragoni tra il Professore e figure ben più ragionate e costruite come Walter White di BB. Non starò qui a ripetervi cosa ne penso, potete leggere il vecchio articolo, il mio punto di vista non è cambiato di una virgola.

Se non fosse, però, che ora mi sento di ringraziare in parte gli sceneggiatori perché questa volta l’hanno fatta davvero grossa. Cioè, ci vuole davvero un gran talento a non prendersi più sul serio.

La Casa di Carta nasce come serie TV spagnola senza ambizioni che un giorno viene comprata da Netflix e distribuita in tutto il mondo. Un sogno, in pratica, per chi l’aveva ideata. Ma questo sogno, nelle mani di un pubblico così ampio, si è distrutto in una frazione di secondo.

Se le prime due parti sono godibili e riescono ad intrattenere in modo più o meno innovativo, dalla terza parte in poi il declino è inarrestabile e totale, e termina in un enorme buco nero senza fine.

La Casa di Carta non è fatta bene. Che vi piaccia o no. Potete dire che vi piace, potete dire che non ci dormite la notte e che il vostro sogno è quello di mettere su una banda simile e rapinare l’Eurospin. Va benissimo, non c’è problema. Ma non è fatta bene.

La trama fa acqua da tutte le parti, come quando si prova a riempire uno scolapasta. A cominciare da quella scena della prima stagione in cui il Professore apre una macchina con tanto di guanti inquadrati in primo piano per poi mostrarci un secondo dopo la scientifica che trova le sue impronte proprio sulla maniglia. Ecco, da lì ho capito che forse c’era qualche problema.

Il problema principale: zero coerenza, zero trama

E il problema, di nuovo, non è che dobbiamo essere tutti critici, ma è proprio che si elogia qualcosa che non esiste. La trama, in questo caso, è la vera grande assente. Non c’è una trama. C’è un’idea, che è diverso. Una trama è fatta di cose che succedono, di consecutio temporum, di cose sensate.

La Casa di Carta non ha una trama, e questo dovete accettarlo. Ci sono degli eventi che si susseguono in modo sconnesso, ci sono dei flashback riempitivi e poco sensati che sono messi lì per dare la falsa idea di qualcosa di precostruito.

Ma se già pensavo che fosse altamente improbabile che Berlino e il Professore fossero fratelli, vedere ora che Berlino ha anche un figlio è veramente una delle cose più esilaranti che potessimo scoprire. È palese che questo figlio sia un espediente per qualcosa che vedremo nel finale, magari il Professore lo ha tenuto nascosto per tutto questo tempo per poi farci scoprire che c’era lui dietro tutto…. Ma vi rendete conto di quanto sia campato in aria?

Con quale coraggio si riesce anche solo a pensare che ci sia qualche disegno precostruito dietro questa accozzaglia di cose senza senso?

Tutte le cose senza senso della parte 5

Potrei continuare all’infinito, ad esempio chiedendomi come sia possibile che tutti si siano soffermati sulla morte eroica di Tokyo ma nessuno si sia chiesto come abbia fatto a morire la voce narrante della storia? E no. Il fatto che il suo essere già morta la renda onnisciente, non è un espediente valido. È semplicemente una cosa fatta male.

Come tutto il resto della trama, da quando hanno deciso di barricarsi nella Banca di Spagna più attrezzati dell’esercito, con a disposizione (in ordine sparso): munizioni infinite, materiale operatorio di ogni genere, cucine, celle frigorifere (dentro la Banca, che non la metti una mezza macelleria?). Senza contare i momenti trash come la granata infilata nel povero pollo pronto da cuocere o Tokyo che rimanda indietro la granata di Gandia con un rovescio che neanche a Wimbledon.

Quello che è chiaro, ormai, è che le ultime tre parti sono delle palesi parodie di tutto quello che è accaduto prima. Neanche gli sceneggiatori si curano più di far tornare le cose. Neanche quelle più semplici. Altro esempio? Denver dice a Manila che non può passare la vita a fare a botte, ha deciso di maturare. Peccato che però stia passando la vita a sparare durante le rapine. Sì, in effetti non fa proprio a botte. Forse ha senso. O FORSE NO.

Per non parlare, poi, del personaggio di Berlino. Uno dei pochi riusciti, nella prima parte, ma poi definitivamente distrutto dall’eccessivo fanservice delle restanti quattro. Le storyline palesemente inventate dopo la sua morte hanno trasformato anche uno dei pochi personaggi decenti in una caricatura senza fine.

L’importanza delle parole: capire la differenza tra “mi piace” e “capolavoro”

Potrei andare avanti all’infinito, davvero. Quasi quanto la sparatoria continua che va avanti da anni lì dentro. Ma mi fermo, perché è tardi e perché devo razionalizzare. Forse sono io che non capisco il senso profondo che ha questa serie. E se così fosse, per favore, spiegatemelo voi.

Perché ogni serie è degna di essere guardata e anche di ricevere apprezzamenti. Ma non dobbiamo per forza definire capolavoro qualcosa che ci piace, solo perché ci piace. Dobbiamo capire la differenza tra “mi piace” e “capolavoro”. Le parole hanno un peso e un significato. I capolavori sono ben altri, e non lo dico io, ma dei criteri più o meno inequivocabili che si ritrovano in ogni prodotto che generalmente si definisce tale, primo fra tutti una trama coerente.

E La Casa di Carta, una trama coerente non ce l’ha. Di questo dovete farvene una ragione. Ovviamente, questo non rende la serie meno degna di essere vista e non rende di certo, in automatico, uno stupido chi la guarda. Ma, per favore, cerchiamo di dare un peso alle parole.

1 pensiero su “La Casa di Carta 5, totale assenza di coerenza e nessuna traccia di capolavori”

  1. Ciao, sono una fan di La casa de papel quindi provo a rispondere al tuo articolo, per altro condivisibile e interessante. Io ti posso dire che il primo anno l’ho adorata. Mi è piaciuta tantissimo e sono sempre molto contenta quando un film o una serie parla di rapine ben organizzate, sarà che in un’altra vita ero una ladra, non lo so, ma mi attraggono. Trovo anche io che andando avanti la cosa abbia sempre meno senso. Ma è comune a tutte le serie che in qualche modo conquistano gli spettatori dopo il primo anno. Forse sarà capitato anche a te di pensare che ne vorresti di più, e loro è quello che fanno, te ne danno di più. La velocità con cui devono essere pensate e girate a causa di questo mercato ingordo non danno semplicemente modo di fare di meglio. Non c’è scopo. Costano troppo e il pubblico è volubile. Te lo ha dimostrato Sense8 per esempio. O altre con potenziale ma che Netflix per primo compra e poi distrugge anche a metà della prima stagione. Il fatto che sia un capolavoro e tu ti arrabbi molto sull’uso della parola, sono d’accordo. Ma infondo il capolavoro è una cosa soggettiva. Potrebbe essere anche un capolavoro rapportato al fatto di quante persone siano approdate su Netflix solo per vederla consigliati da tutti (giudizi positivi e negativi come il tuo portano inevitabilmente un movimento di pubblico. La pubblicità è basata su buono o cattivo basta che se ne parli…), o capolavoro inteso in senso più ampio, o storico. Rimanendo in tema film e capolavori sfido qualcuno ad avere le palle di dire che Amarcord o altri grandi di Fellini non siano capolavori. Io personalmente lo detesto. Per me è assurdo venga considerato tale. Per cui credo solo che il capolavoro modernamente detto è solo il titolone in prima pagina per farne una pubblicità. Poi in realtà il capolavoro è qualcosa che a te piace, a te suscita qualcosa. I miei capolavori sono al di fuori della rete commerciale per cui non ci faccio manco caso e non mi arrabbio quando cose che reputo belline o mediocri vengono dette tali. Sono gusti. Se ti arrabbi per come è usata la parola capolavoro ti consiglio di correggere “esilarante” che significa che fa ridere con la più appropriata al tuo discorso “esaltante” giusto per rimanere nella e…. Per finire, ti confermo che sono d’accordo con te su alcune cose, molte cose sono senza senso o inutili (e davvero non apriamo la parentesi Pretty L.L….), ma se anche tu l’hai guardata senza abbandonarla fino ad ora, qualcosa di spettacolare l’ha fatto no?

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