Recensioni, Serie TV

Recensione The Handmaid’s Tale 4×04 – Milk

Andrà tutto bene.

Così inizia Milk, l’episodio 4×04 di The Handmaid’s Tale. June e Jeanine, piene di speranza, proseguono la loro fuga verso una via di salvezza. Un’espressione che, nostro malgrado, abbiamo imparato a conoscere bene anche nella vita reale.

Andrà tutto bene.

Ma sappiamo che, purtroppo, non è sempre così. E sicuramente non lo è a Gilead. Non lo è nella situazione in cui June e Jeanine si trovano, dove devono correre per non essere prese e devono nascondersi per intraprendere un vero viaggio della speranza.

Il latte, da simbolo di conforto a nemico

Milk, il latte, è filo conduttore di questo quarto episodio pieno di amarezza e di tristezza, in contrasto con quello che dovrebbe essere la prima consolazione di ognuno di noi fin dalla nascita. Il latte come simbolo della maternità, come simbolo di conforto, ma anche come nemico per June e Jeanine che trovano rifugio momentaneo in una cisterna piena di latte gelato.

Il senso di claustrofobia, in questo episodio, è onnipresente. La sensazione di terrore delle due Ancelle chiuse nella cisterna è letteralmente palpabile. Il treno continuerà a camminare, potranno salvarsi dal freddo, ma alla fine qualcuno dovrà aprire la botola. Questo pensiero accompagna lo spettatore per tutto l’episodio: cosa succederà quando arriveranno a destinazione?

In realtà il treno non arriverà mai a Chicago, ma si fermerà prima. Qualcuno, probabilmente un gruppo di rivoluzionari, lo ferma e uccide tutti i soldati di Gilead. Ma quello che sembrerebbe a tutti gli effetti un salvataggio, o comunque un attacco al nemico comune, si rivela altrettanto pericoloso. Il gruppo di ribelli in cui June e Jeanine si rivela, prevedibilmente, non migliore di Gilead. Come in ogni realtà distopica che si rispetti, la regola è una sola: non importa se facciano parte dei veri cattivi, appena si presenta l’occasione, gli esseri umani fanno schifo.

La realtà è che la sofferenza genera insofferenza e l’insofferenza accresce la cattiveria. E la cattiveria umana è, ahimé, l’unica vera costante. E lo capiamo benissimo quando le Ancelle vengono viste come delle vere schiave sessuali anche da chi è contrario al regime di Gilead. Anche chi si ribella alla schiavitù del regime, in realtà ne diventa automaticamente complice, relegando nuovamente degli esseri umani a dei ruoli di inferiorità. June lo capisce, sembra rassegnarsi ma fortunatamente si ribella. Il problema, però, è che quella parvenza di normalità attira troppo Jeanine, che invece si sacrifica per un pezzo di pane e degli abiti nuovi.

Il sacrificio di Jeanine, per il bene di entrambe

Ma possiamo davvero biasimare Jeanine per essersi venduta? Innanzitutto, cosa più importante di tutte, sembra che Jeanine scelga consapevolmente cosa fare. Ma è davvero così? O, in modo subdolo, la mentalità di Gilead ha veramente plasmato il suo modo di essere, inculcandole nel profondo che la sua sottomissione sia giusta e che, in fin dei conti, non potrà mai tirarsi indietro? Purtroppo è presto per capirlo. E’ una situazione difficile da analizzare, perché da un lato sembra che June e Jeanine abbiano davvero avuto la possibilità di scegliere, dall’altro invece si nota come siano letteralmente cambiate nel profondo.

In questo episodio, inoltre, scopriamo un nuovo tassello del passato di Jeanine e della sua vita prima di Gilead. Già madre del piccolo Caleb, che scopriamo purtroppo essere morto, Jeanine scopre di essere nuovamente incinta e cerca di abortire. Si ritrova, suo malgrado, in una clinica antiabortista, probabilmente gestita da quelli che sarebbero diventati dei sostenitori di Gilead. Un’infermiera (?) cerca di farle cambiare idea con le motivazioni più bigotte del mondo. Il pentimento, il convincimento di stare prendendo una decisione immorale, la colpevolizzazione di una donna che si ritrova a compiere una scelta sicuramente non semplice.

Il succo sta proprio qui: l’aborto è una decisione delicata, un argomento difficile da toccare, ma certamente non è qualcosa che si può giudicare. Il senso di questi flashback è stato quello di far capire cosa, tra le tante, ha portato alla nascita di Gilead. Il pericolo, in poche parole, che si cela realmente dietro chi giustifica le proprie idee con religione e moralità. Si può essere contrari all’aborto semplicemente non praticandolo, ma non vietando questo diritto ad una persona che lo esercita per i più svariati motivi. Il flashback di Jeanine arriva come frecciatina ad un paese (gli USA) che sente questa tematica in modo molto forte, in un periodo in cui molti diritti vengono davvero messi in discussione.

Ovviamente non credo che lo stato attuale delle cose, fortunatamente, possa portare ad una vera Gilead nel 2021. Tuttavia, l’estremizzazione di alcuni elementi è utilissima per capire che nessun diritto deve essere toccato o negato, altrimenti le conseguenze potrebbero essere catastrofiche per tutti.

E’ davvero possibile liberarsi dai ruoli che ci hanno cucito addosso?

Un altro aspetto fondamentale di questo episodio è quello dei ruoli. I ruoli sociali creati da Gilead diventano volutamente delle vere e proprie gabbie per chi vi è intrappolato. Le Ancelle, come abbiamo visto con June e Jeanine, vengono lentamente private di qualsiasi dignità e la cosa peggiore è che le loro menti vengono plasmate in modo tale che penseranno che sia giusto così.

Ma questo non riguarda solo le Ancelle. Ho avuto i brividi nel vedere Rita impastare il pane, di nuovo, in Canada. Non perché fosse una cosa brutta, anzi. Fare il pane è una cosa bellissima, un atto secondo me pieno di amore ed estremamente dolce. Ma Gilead è stata in grado di snaturare anche un gesto così semplice e amorevole e trasformarlo in un atto di sottomissione. E’ per questo, quindi, che in questa serie non riesco a vederlo con gli stessi occhi.

Rita, come tutte le Marte, è un bene di proprietà della famiglia a cui è affidata. E’ una macchina, un oggetto, al pari di un’Ancella. Ha una dignità leggermente maggiore, è vero, non viene regolarmente sottoposta a stupri, non viene costretta a vivere nell’ombra. Ogni Marta, in poche parole, ha una vita leggermente più accettabile di quella di un’Ancella. Ma resta comunque un qualcosa che appartiene a qualcuno. A Gilead, Rita preparava il pane per i Waterford perché doveva, non perché le andasse. E la differenza è abissale, perché un atto d’amore, anche in questo caso, viene trasformato in un atto di sottomissione.

Anche nel caso di Rita è lecito domandarsi se, uscita da Gilead, si sia portata dietro qualche retaggio ormai divenuto insito in lei. E’ davvero difficile capire quanto di naturale ci sia nei suoi comportamenti e quanto, invece, sia un retaggio di ciò che la società le aveva imposto. Lo vediamo anche nell’incontro con Serena, in cui Rita continua a rivolgersi a lei come una sua superiore, continuando a chiamarla Signora e pregando con lei per la bella notizia.

Al contrario, invece, vediamo una Rita diversa nell’incontro con il Comandante Waterford. Davanti a Fred, che le dice quanto sia bello vedere un volto amico, Rita risponde che non sono mai stati amici. Lui incalza, cercando di farle tenerezza e dicendole di non essere mai stato crudele con lei. Come se questo, in qualche modo, bastasse a giustificare il fatto di aver sottomesso una persona alla propria volontà, anche in modo fondamentalmente passivo e non aggressivo come con le Ancelle. Rita gli consegna l’ecografia di Serena, probabilmente perché non ha più voglia di essere legata a nessuno dei due, e si congeda senza troppe cerimonie, quasi prendendo coscienza del fatto che sia finalmente libera e autonoma.

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