Recensioni, Serie TV

Caro John Locke, non sei solo

Se c’è un personaggio, in tutto il panorama televisivo, che merita tutta la mia compassione, quello è John Locke.

Con un nome imponente che omaggia uno dei filosofi più influenti del pre-illuminismo, il naufrago di Lost è il personaggio che, fra tutti, compie davanti ai nostri occhi il viaggio più triste e solitario.

John Locke nasce prematuro, da una madre soggiogata da un uomo più grande, e cresce in un istituto.

In altre parole, John Locke nasce e cresce in completa solitudine, estraniato dal mondo, in perenne attesa di qualcuno o qualcosa che lo faccia sentire utile, voluto, speciale.

Ma John non è stato voluto e nessuno trova in lui alcun interesse, così finisce per vivere una vita solitaria, dove non è il migliore in nessun ambito, dove la donna che ama impiega troppo per accorgersi di lui.

Proprio nel momento in cui sembra aver trovato finalmente il suo posto nel mondo, le carte in tavola cambiano e viene aggirato ed ingannato da Anthony Cooper, suo padre biologico, che prima gli ruba un rene e poi lo spinge giù dall’ottavo piano, cosa che lo costringerà su una sedia a rotelle per il resto della sua vita (o così sembra).

Da questo momento, la vita di John è una continua discesa verso il nulla, verso la presa di consapevolezza di essere una persona che gli altri guardano con pena e compassione, di non avere una vera dignità agli occhi di chi ha davanti.

Nonostante tutto, John Locke è il personaggio che più di tutti incarna la forza di volontà e, soprattutto, la voglia di vivere una vita piena, nonostante gli ostacoli e le barriere della società.

Sarà poi lui, sull’isola, la vera antitesi del pensiero scientifico di Jack Shephard, definendosi più volte come uomo di fede.

Perché, obiettivamente, voi come lo spieghereste che un uomo paralizzato dalla vita in giù, a seguito di un incidente aereo riprenda a camminare come se nulla fosse? Appunto, fede.

L’isola restituisce a John la fiducia in quello in cui ha sempre sperato, la consapevolezza di essere speciale, di essere importante, di essere parte integrante di un disegno più grande e non solo una nota a margine.

La vita di John Locke recupera dignità e noi non possiamo che gioire dei suoi progressi, di tutte le azioni (talvolta anche discutibili) che compie, perché sembra un bambino che per la prima volta scopre la felicità.

John Locke è l’unico personaggio ad aver compreso a pieno la vera entità dell’isola, ad averla guardata negli occhi, ad aver riconosciuto la dicotomia tra luce e oscurità che accompagna tutta la serie dal primo all’ultimo episodio.

Ed è per questo che restiamo fulminati nel momento in cui, nella 4×13, scopriamo il suo corpo senza vita nella bara.

A differenza di tutti i personaggi di Lost, la cui vita prosegue nella direzione di una dimensione collettiva e non più solitaria, la vita di John Locke e la sua morte, avvenuta per mano di Ben, viaggiano nella direzione opposta, restando costantemente sul filo della solitudine.

In altre parole, John Locke nasce, cresce e muore solo. Senza una voce amica, senza una mano amica, senza un conforto. Tradito, in ogni fase della sua vita, da chi invece avrebbe dovuto occuparsi di lui, proteggerlo.

La morte di John Locke rappresenta uno dei momenti più tristi di tutta la serie, un momento difficile da digerire, in cui vediamo un uomo solo che con il suo sguardo cerca di aggrapparsi, per un’ultima volta, a quella fede che lo ha sempre contraddistinto, finendo però per dover abbracciare la dura realtà di non essere speciale, ma di essere una delle tante pedine di Benjamin Linus.

Con ogni probabilità, in tutta onestà, John Locke è sicuramente più prezioso di Ben per il disegno dell’isola, ma è anche troppo buono e, in un certo senso, troppo puro per poter sopravvivere al controverso Ben.

Come due fratelli che cercano l’approvazione di un genitore screditandosi a vicenda, Ben e John sono simili ma diversi, senza scrupoli il primo e troppo fiducioso il secondo.

Il corpo di John Locke dentro quella bara, in una stanza vuota, senza nessuno che pianga per lui o che paghi per il suo funerale, mi fa venire voglia di chiedergli scusa, a nome di tutta l’isola. A nome di quei personaggi che non lo hanno mai valutato come avrebbero dovuto, che non gli hanno creduto (come lui stesso lascia scritto a Jack), che lo hanno trattato come un pazzo.

Caro John Locke, non sei solo. Noi ti abbiamo amato, ti abbiamo apprezzato, e avremmo voluto un destino diverso per te. Nessuno muore da solo, dice Christian Shephard. Vicino a te, ci siamo stati tutti noi.

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