Recensioni, Serie TV

La dolce crudeltà del viaggio interiore con Hannibal Lecter

Mea culpa. 

A capo chino e riconoscendo i miei peccati, chiedo umilmente perdono per aver aspettato tutto questo tempo per finire Hannibal.  

Mentre cerco il modo adeguato per riparare a questo grande errore, non posso fare altro che rimanere con lo sguardo fisso nel vuoto e lo stomaco sottosopra a riflettere sul meraviglioso viaggio interiore che ho fatto negli ultimi tre mesi. 

Ho iniziato Hannibal per la prima volta nell’ottobre 2014, guardando i primi due episodi, per poi lasciar perdere. Poi ho provato di nuovo, a settembre 2015, arrivando fino al terzo episodio, e lasciando perdere nuovamente. 

Infine, a dicembre 2020 è arrivato il mio momento. Ero finalmente pronta per guardarmi dentro (mai gioco di parole fu più azzeccato) e per non avere paura. 

Hannibal è una serie che, sostanzialmente, si svolge su due piani paralleli e che, ogni tanto, si avvicinano molto: quello reale e quello introspettivo. 

Questa dualità risulta molto spesso abbastanza pesante ed è stato il motivo per cui, senza capirlo, l’ho abbandonata due volte prima di immergermici a capofitto senza riuscire ad uscirne, un po’ come fosse un’assuefazione, un po’ come fosse una relazione tossica. 

Il rapporto meraviglioso tra Hannibal Lecter e Will Graham è ciò attorno cui ruota l’intera trama e che si trasforma in un vortice sospeso tra l’onirico e il tangibile. In questo percorso frastagliato e tortuoso verso la scoperta e l’accettazione di sé stessi, Hannibal, come un nuovo e non meno inquietante Caronte, guida Will ad attraversare il varco che lo separa dalla vera libertà. 

Hannibal, nell’accettare di essere diverso da quello che la società si aspetta da lui, è libero da ogni pregiudizio etico e, perciò, trascende la natura umana collocandosi su un piano nettamente superiore rispetto agli altri personaggi della serie.  

Riconoscendo in Will un suo simile bloccato nelle briglie che la società civile impone, Hannibal lo conduce alla vera comprensione di ciò che c’è veramente dentro di lui. 

Hannibal e Will sono speculari, due anime gemelle che si incontrano nel momento esatto in cui il primo era convinto che il secondo avesse bisogno di lui, ma non il contrario. Invece, man mano che il loro rapporto evolve, Hannibal ha sempre più bisogno di Will, come una droga, e Will è sempre più assuefatto da quel profumo di libertà che assapora grazie al suo terapeuta.  

È un rapporto conflittuale, difficile, turbolento e asfissiante ma non ne abbiamo mai abbastanza.  

Non riusciamo mai a stancarci del tutto degli incontri tra Will e Hannibal, anche quando Hannibal tradisce Will per spirito di sopravvivenza, anche quando Will, non lasciando mai intendere da che parte sta veramente, sembra giocare contro di lui. 

Un groviglio di emozioni e di chiodi nello stomaco, arriva dopo tre stagioni ad una conclusione più che meritata e che lascia lo spettatore interdetto, spaesato, preoccupato ma completamente appagato. 

Will finalmente abbraccia la sua essenza, la sua specularità a quella figura da cui sono anni che cerca di fuggire ma da cui ritorna sempre, la sua vera anima gemella. E abbraccia anche lui, portandolo giù con sé, nel vuoto dell’ignoto, in un abbraccio che racchiude tutto il detto e il non detto di anni e anni passati a scavare dentro di sé. 

Nel momento in cui Will abbraccia Hannibal, entrambi pieni di sangue, dicendogli “è bellissimo” ho sperato vivamente che non si baciassero. Non perché ci sarebbe stato qualcosa di sbagliato, ma perché vedo in loro due il rapporto tra due anime sole che si sono finalmente trovate e non quello tra due corpi (di due attori estremamente affascinanti, ma quello è un altro discorso) che si desiderano. 

Hannibal non ha mai desiderato il corpo di Will. Era innamorato della sua anima, quell’anima che non riusciva a liberare dai vincoli socialmente accettati di un uomo buono che lavora per la giustizia. Allo stesso modo, Will ha sempre trovato nell’anima di Hannibal un appiglio, uno spiraglio di luce a significare che sì, si può vivere fuori dagli schemi che la società civile ci impone, si può abbracciare (di nuovo, letteralmente) l’oscurità, il nero del sangue sotto la luce della luna, e lasciarsi finalmente cadere nel vuoto della libertà

Ho guardato il finale con i brividi e le lacrime agli occhi, provando una sensazione mista di dolce crudeltà per la caduta finale.

Insieme a Will Graham e Hannibal Lecter, anche lo spettatore abbraccia la sua parte più oscura, quella che non gli fa condannare le brutalità del cannibale ma, anzi, non vede l’ora che Mads Mikkelsen compaia sulla scena per essere soggiogato dal suono della sua profondissima voce (in italiano doppiata egregiamente da Roberto Pedicini che – piccola curiosità – aveva doppiato Ralph Fiennes nei panni di Francis Dolarhyde nel film Red Dragon). 

Hannibal è una serie che ipnotizza. È un inno all’arte, all’estetica, al sublime, condito con un filo di sangue e la giusta dose di crudeltà. 

Personalmente, ho provato più volte fastidio allo stomaco guardandola, specie nel finale della seconda stagione e durante alcuni episodi centrali della terza, nonostante sia abituata agli splatter e non consideri Hannibal minimamente vicina al genere. 

Il problema, secondo me, che poi sarebbe anche il problema per cui non si riesce a trovare un reale posizionamento per questa serie, è che gli splatter sono, generalmente, privi di una caratterizzazione profonda dei personaggi e non hanno quasi mai un risvolto piscologico, cosa che invece in Hannibal trabocca ad ogni scena. 

Non è una serie per tutti, non è assolutamente adatta al bingewatching. È una serie per cui bisogna aspettare di essere pronti ma che, una volta terminata, lascia davvero appagati nonostante l’interruzione inaspettata, sebbene la scena finale post-credit (di cui parlerò, perché ne devo parlare per forza) offra numerosi spunti interessantissimi per lasciare le porte aperte al ritorno di Mads Mikkelsen e Hugh Dancy sul piccolo schermo.  

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