Recensioni, Serie TV

Il curioso caso di Benjamin Linus

In quella che reputo la serie TV per eccellenza, c’è anche uno dei personaggi che reputo tra quelli scritti in modo migliore in tutto il panorama seriale mondiale: Benjamin Linus.

Se è vero che la bellezza e la profondità di Lost risiedono nella sua coralità di personaggi, è altrettanto vero che alcuni di essi spiccano più di altri, innalzando il livello qualitativo dell’intera serie.

Verso metà della seconda stagione, facciamo la conoscenza di Henry Gale, dal Minnesota, un nuovo superstite che racconta di essere precipitato sull’isola con la mongolfiera su cui viaggiava con sua moglie, la quale sarebbe morta dopo lo schianto.

La storia sembra convincere tutti, tranne Sayid che, distrutto dal dolore per la perdita di Shannon, sembra aver perso la lucidità non credendogli e torturandolo.

Non passerà molto prima che Henry Gale si riveli essere Benjamin Linus, il leader degli Altri, popolazione stabile sull’isola che si occupa di portare avanti alcuni degli studi del Progetto Dharma.

Ma chi è davvero Benjamin Linus?

A primo impatto si mostra come un freddo calcolatore e manipolatore, non troppo affabile ma con l’aria di chi – come lui stesso cita più volte – ha sempre un piano.

Ben ha un attaccamento ossessivo all’isola, in primis, e al suo ruolo di potere, poi, tanto da ribadire più volte di essere nato sull’isola e di essere l’unico ad essere in contatto con Jacob, l’unica persona da cui Ben prenda ordini.

Per circa tutta la terza stagione lo percepiamo come un avversario da battere, ma non comprendiamo totalmente i suoi modi di fare fino alla 3×20, L’uomo dietro le quinte, quando finalmente scopriamo di più sul suo personaggio.

Innanzitutto, Benjamin Linus non è nato sull’isola, ma che ci è arrivato all’età di circa 10 anni dato che a suo padre, vedovo, era stato offerto lavoro all’interno del Progetto Dharma.

Ben si ritrova a vivere sull’isola una vita da emarginato principalmente per l’odio che suo padre prova nei suoi confronti, incolpandolo della morte di sua madre, avvenuta subito dopo il parto.

Questo rapporto conflittuale di Ben con la figura paterna lo porterà a sviluppare un rapporto particolare con l’isola, che lui sente quasi come quella madre che non ha mai avuto, e, successivamente, con la figura di Jacob, che percepisce come un padre buono e del cui affetto si sente finalmente meritevole.

Proprio in virtù di questo rapporto conflittuale con un padre che lo odia e di questa emarginazione sociale a cui è sottoposto, il giovanissimo Ben, aiutato dal misterioso Richard Alpert all’epoca leader degli Altri, uccide tutti i partecipanti al progetto Dharma, compreso suo padre, con la speranza di essere finalmente libero da tutti i suoi pesi.

Nonostante ciò, nel finale della 3×20 scopriamo una triste verità che, in un certo senso, solleva il velo di autorevolezza che copriva Ben, lasciandolo per la prima volta nudo, inerme, di nuovo debole: egli non ha mai visto Jacob, né gli ha mai parlato.

Il suo essere meritevole delle attenzioni di un’entità superiore era solo, apparentemente, una sua convinzione, grazie alla quale Ben si faceva forte davanti ai suoi seguaci e soprattutto davanti a sé stesso.

Il personaggio di Benjamin Linus l’ho sempre immaginato come un groviglio di fili, dove non se ne può toccare uno senza necessariamente smuoverne anche altri.

Ben cerca conforto in Jacob e nella sua appartenenza all’isola e allo stesso tempo vuole porsi come figura autorevole, posizionandosi in un limbo tra ricerca di approvazione e desiderio di autodeterminazione.

Il suo tentativo di paternità, che nasce da una forzatura, quando decide di separare la neonata Alex alla sua madre biologica Danielle Rousseau, altro non è che un ulteriore tentativo a metà strada tra la ricerca di una autorevolezza e la ricerca di qualcuno che per la prima volta possa comprenderlo e, magari, volergli veramente bene.

Ma Ben non riesce ad essere né figlio, né padre.

Il suo attaccamento al potere, all’effimera convinzione di muovere dei fili che non ha mai neanche visto, rende questo personaggio allo stesso tempo tanto intelligente quanto per niente infallibile.

Ben sembra non riuscire ad instaurare veri legami neanche con chi avrebbe voluto essergli amico. Emblematico è il caso di John Locke, altro personaggio scritto magistralmente, cui però toccherà una delle sorti più tristi di tutta la serie.

Anche John è un uomo completamente solo, per certi versi molto simile a Ben: usato e maltrattato dal padre, soffre la mancanza di affetto e, soprattutto, la compassione che tutti hanno per lui per via della sua disabilità.

Probabilmente, proprio in virtù della situazione di John, Ben lo percepisce non come un potenziale alleato ma come un pericolo, qualcuno che potrebbe essere più meritevole delle attenzioni di Jacob rispetto a lui, qualcuno di veramente speciale.

Ecco perché, pur di riunire tutti per tornare sull’isola, decide di sacrificare la vita di un uomo nato solo e che morirà, appunto, solo (un paradosso, se pensiamo al vero significato di Lost), per il tentativo di riprendersi la propria gloria.

Ma questo, al personaggio di Ben, non basta.

Nella 5×09, Cambio delle regole, infatti, assistiamo ad una delle scene più potenti e strazianti di tutta la serie.

Alex è stata presa in ostaggio da Martin Keamy, che minaccia Ben di ucciderla se lui non si fosse arreso. Ed è qui che questa scena, apparentemente semplice, diventa estremamente complessa.

Ben cerca di sfruttare quel potere che crede di avere ma che non ha mai avuto completamente. Dicendo a Keamy che per lui Alex non significa nulla, cerca di innescare una reazione contraria e quindi di farla risparmiare, ma il suo interlocutore è un militare e una persona spietata, che ha appena ucciso anche Danielle e Karl, il fidanzato di Alex e che non è per niente uguale alle persone con cui Ben ha avuto a che fare fino ad ora, quindi senza troppi giri di parole spara ad Alex, uccidendola.

La scena è straziante. Alex supplicava il padre di salvarla, piangendo inginocchiata a terra, mentre Ben osservava la scena da una finestra, comunicando con Keamy attraverso una ricetrasmittente. Vediamo (e sentiamo) il colpo di pistola, ma l’immagine che ricordiamo più vividamente è quella dello sguardo di Michael Emerson (che per la sua interpretazione ha vinto un Emmy), che cambia completamente luce, spegnendosi e fissando il vuoto, bucando letteralmente lo schermo e tutti i nostri cuori.

Ben bluffa ma non ci riesce, ed è lì che inizia a scoprirsi il suo lato più umano: il momento in cui si rende conto di non essere invincibile.

Né figlio, né padre. Ben non riesce a tenersi stretto nessun affetto, capisce che l’amore non è un sentimento che farà mai parte della sua vita, ma si riscatta nella 6×06, Dottor Linus, in cui – nei flashsideways – rinuncia ad una posizione di rilievo e di potere pur di aiutare Alex, in questa realtà sua studentessa, ad essere ammessa all’università, mostrando finalmente quell’altruismo che sull’isola non era mai riuscito ad avere.

Il Ben dell’isola, tuttavia, dopo la morte di Alex diventa un Ben molto più vendicativo, e non più un semplice manipolatore. Mosso dal dolore per la perdita dell’unica persona che gli aveva mai voluto bene, decide di vendicarsi tentando senza successo (per fortuna!) di uccidere Penelope Widmore – figlia di colui che riteneva responsabile della morte di Alex – e poi uccidendo Jacob, nella 5×16, L’incidente.

Nonostante gli sforzi per essere ciò che non è, Benjamin Linus non riesce a collocarsi in un punto specifico tra il bianco e il nero, nella lotta perenne tra luce e oscurità in Lost. Anzi, è lui finisce per essere parte integrante di questa lotta, combattendo interiormente la propria luce e la propria oscurità.

La grandezza di questo personaggio, infatti, sta proprio nel suo essere al contempo fragile, scontento, manipolatore, spregevole, stratega ed estremamente e inaspettatamente vulnerabile.

1 pensiero su “Il curioso caso di Benjamin Linus”

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