Recensioni, Serie TV

Jax Teller e l’insostenibile oppressione delle gabbie che ci creiamo da soli

Sons of Anarchy: una storia di gabbie mentali che ci costruiamo da soli

E’ trascorso meno di un anno da quando ho guardato Sons of Anarchy per la prima volta. All’inizio non ero molto convinta. Non ho mai provato grande attrazione per le storie di bande criminali (ad eccezione, ovviamente, dell’italianissima Romanzo Criminale) e non sono mai stata una grande appassionata di motociclette. Insomma, non sapevo proprio cosa avrei potuto trovare di bello, in una serie che parlava di un club di harleysti nel sud della California. L’ho iniziata in modo scettico e titubante, sono andata avanti lentamente finché non mi sono ritrovata a divorare letteralmente episodi su episodi, ed è stato lì che ho capito che Sons of Anarchy non parla di un club di harleysti nel sud della California, ma parla delle gabbie – molto spesso mentali – che ci costruiamo da soli e dalle quali non riusciamo mai ad uscire indenni.

La realistica umanità di Jax Teller

Inutili e insensati sarebbero gli ulteriori paragoni, triti e ritriti, tra il protagonista Jax Teller e un moderno Amleto. Voglio avvicinare il personaggio di Jax a noi ancora di più, senza ricorrere a metafore e similitudini con altri personaggi, ma semplicemente con la vita di ognuno di noi. All’inizio della serie, Jax è il vicepresidente dei Samcro. E’ un ragazzo giovane e scapestrato, buono ma altrettanto incline a violenza e ribellione: il classico spacconcello che vuole avere la meglio su tutti. Ragiona poco perché ha le spalle quasi sempre coperte, non sembra mai farsi problemi. Ci vuole veramente poco, in realtà, a capire che il vero Jax non è quello che vediamo nelle prime scene.

Dietro il suo spirito ribelle si cela una grandissima sofferenza che pian piano emerge sempre di più, disturbando l’immagine idilliaca che questo giovane ragazzo ha della propria posizione e delle persone che ha intorno. Il protagonista inizia gradualmente ad accettare l’arrivo delle responsabilità e a capire che ricoprire un ruolo di rilievo significa doversi fare carico delle proprie azioni, nel bene e nel male.

Jax Teller non è di certo un personaggio negativo. Ma non è neanche dei più positivi, ed è questo che lo rende ancora più apprezzabile da parte di tutti gli spettatori. Jax non è perfetto, vive dei momenti poco edificanti (emblematico, per me che mi ero affezionata così tanto a lui, il momento in cui droga Wendy, che ormai si era ripulita, pur di farla allontanare da Tara e Abel), ma è proprio questo che lo rende estremamente umano. Un personaggio fatto di alti e bassi, che vive in un mondo che non potrà mai renderlo l’eroe che tutti ci aspetteremmo che sia.

Ma esiste davvero la possibilità di scegliere la libertà?

Più volte, però, nel corso della serie, Jax ha la possibilità di scegliere, una possibilità che non viene data a molti personaggi. In alcuni momenti, Jax potrebbe scegliere di allontanarsi dalla sua vita e di dedicarsi a qualcosa di diverso. Potrebbe dedicarsi a qualcosa di migliore per lui e per la sua famiglia, eppure non lo fa e noi lo odiamo per questo. Anche se – in fondo, segretamente – lo capiamo e ci rispecchiamo in lui.

Jax non riesce a lasciarsi alle spalle l’ambiente nel quale è cresciuto. Non perchè non voglia, ma perché non ne è in grado. Si è costruito una gabbia. Volutamente, certo, ma pur sempre una gabbia fatta di sbarre e catene, da cui non riesce ad uscire perché ha buttato la chiave troppo lontano. Nonostante le disgrazie, nonostante tutte le cose orribili che gli succedono, Jax si ritrova ad essere risucchiato e oppresso da quel recinto che si è costruito da solo e dentro il quale ha costretto sé stesso per tanti anni. Per quanto possa sembrare che il suo appiglio sia Gemma, quella madre invadente ed egoista che sembra non lo lasci andare, la realtà è semplicemente una: Jax ha paura dell’ignoto e, ad esso, preferisce ciò che già conosce, nonostante non sia la migliore delle realtà possibili.

Come possiamo, alla luce di questo, biasimare Jax quando, nella vita di tutti i giorni, siamo i primi ad essere spaventati dai cambiamenti? Jax Teller è forse il personaggio più umano mai scritto per una serie TV. Un personaggio che racchiude al proprio interno i dolori e i dilemmi di tutte le persone fragili. Sì, perché anche se a primo impatto Jax sembrerebbe tutto fuorché fragile, lo vediamo logorarsi dall’interno come conseguenza delle proprie scelte sbagliate e della propria incapacità di liberarsi da quella gabbia che si è costruito da solo.

In questa ottica, la fragilità di Jax si palesa in modo cruento nel finale di serie. Nel momento in cui gli diventa finalmente chiara l’unica, triste, via di uscita. Quella che, paradossalmente, potrebbe renderlo davvero libero e potrebbe liberare i suoi figli da un’esistenza come la sua.

Jax, alla fine, si sacrifica. Lo fa per il suo bene ma anche, e soprattutto, per il bene di quelle persone che aveva legato con sé all’interno di quella gabbia, donando loro libertà, mentre lui va incontro al suo destino a braccia aperte. Per la prima volta consapevole di aver preso la decisione giusta. Per la prima volta, finalmente, libero anche lui.

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